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Il federalismo e gli equilibri della finanza locale

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La riforma federale non era un privilegio da concedersi in periodi di crescita ma, bensì, il presupposto per affrontare la crisi! Le ipotesi di abolizione dell’IMU riportano l’orologio a 7 anni fa quando Berlusconi, a “Porta a Porta” nel confronto con Prodi, assunse l’impegno elettorale di abolire l’ICI sulla prima casa. Una promessa che allora, come oggi con l’IMU, si scontrava con l’esigenza di garantire ai comuni una autonomia fiscale che soddisfacesse le istanze federaliste e risorse certe per la programmazione finanziaria di investimenti e servizi delle amministrazioni locali. Due anni dopo Tremonti denunciò le storture della finanza pubblica sintetizzandole nella metafora dell’”albero storto della finanza locale”; metafora che sottolineava l’irresponsabilità finanziaria degli enti locali generata dal fatto che il decentramento amministrativo aveva stressato la loro delega di spesa senza responsabilizzarli sulle entrate perché alimentate per lo più da trasferimenti nazionali. In piena attuazione del federalismo, nell’alveo delle previsioni della legge delega 42/2009, Tremonti evidenziava che la restituzione di una autonomia fiscale ai comuni avrebbe raddrizzato l’albero e che ciò sarebbe avvenuto riconoscendo ai Comuni “le tasse che riguardano gli immobili”, dichiarazioni queste che anticiparono l’introduzione dell’IMU ad opera del d.lgs. n.23 del 14 marzo 2011. Una IMU che, a decorrere dal 2014, doveva essere la “pietra angolare” del riscatto fiscale comunale e che, nella rivisitazione ad opera del Governo Monti con la manovra “Salva Italia”, fu anticipata e si trasformò in un “cavallo di Troia” per ulteriori aggravi impositivi a favore del Governo centrale. Di seguito il biennio 2011-2012 ci ha consegnato una serie di manovre finanziarie ad opera del Governo Berlusconi e Monti che hanno stravolto il quadro della finanza locale, contraendo drammaticamente i trasferimenti a favore degli enti locali e ciò, oltre alla discontinuità delle scelte di finanza locale degli ultimi 20 anni, ha compromesso la possibilità di fare una men che minima pianificazione finanziaria, prova ne è che da 13 anni a questa parte viene annualmente posticipato il termine per approvare i bilanci preventivi dei comuni, termine che per quest’anno è stato fissato al 30 giugno e potrebbe proprio per le incertezze sull’IMU essere ulteriormente posticipato. “Dulcis in fundo” tutto il processo federalista è stato rallentato, in alcuni casi stoppato o anche completamente disatteso, da interventi di centralizzazione. Si pensi alla reintroduzione della tesoreria unica statale che, obbligando gli enti locali a versare la loro liquidità alla tesoreria dello Stato, ha riportato le lancette al 1984. Si pensi al rafforzamento dei poteri centrali dell’Agenzia del Demanio attuato con il decreto “Salva Italia” solo un anno dopo che, con il varo del federalismo demaniale, si era ipotizzato di passare tutti i beni alle amministrazioni territoriali. Lo stesso decreto anticipò l’attuazione dell’IMU e stabilì che, nonostante si chiamasse “imposta municipale” il 50% di quel prelievo sulle seconde case andasse al Governo, rappresentando un vero e proprio extra gettito statale e relegando al ruolo di esattori i comuni. Il risultato è che rispetto alla vecchia ICI i comuni perdono il 27% di gettito mentre l’imposta ha raggiunto il 234% del valore della vecchia ICI. Ma esasperare l’IMU sulla seconda casa fa torto anche al principio federale del “No taxation without representation” che presuppone che non si possa tassare chi non ha possibilità di far valere la propria espressione di voto, come la stragrande maggioranza dei proprietari della seconda casa. Altrettando anomala è la previsione delle addizionali IRPEF a favore degli enti locali, quote dell’imposta nazionale attivabili quando e nella misura in cui un ente locale ne avesse avuto l’esigenza. Tali imposte, nella previsione originaria, dovevano alimentare i margini di autonomia fiscale locale, in realtà il Governo Monti le ha aumentate a decorrere dal 2012 nella misura dello 0,33% per compensare i minori trasferimenti nazionali. Il risultato è che l’autonomia tributaria dei comuni, seppur risulti in crescita ,dal 40% del 2008 a valori vicini al 60% a fine 2011, è una autonomia solo formale, considerato che nella sostanza i comuni hanno visto restringersi i loro spazi di manovra. Sul fronte finanziario la “musica “ non cambia rispetto a quello fiscale, il Patto di Stabilità Interno per i comuni, nel corso del quadriennio 2008-11, ha infatti assunto parametri sempre più rigorosi e vincolanti: passando dalla richiesta di un saldo obiettivo negativo di 1,6 miliardi ad un saldo obiettivo positivo di 1,2 miliardi. Ma fermando il processo federale si è rallentata anche la razionalizzazione della spesa pubblica considerando che la sua applicazione, distribuendo le risorse ai territori in base al costo standard, postulava la suddivisione delle risorse in base a criteri di efficienza. Invece siamo per lo più ancora fermi alla spesa storica e ai tagli lineari e non si è ancora deciso in via definitiva “chi fa che cosa”poichè la “carta delle Autonomie” attende ancora di essere approvata. E che dire del decreto sui costi della politica (n.174/2012) che, prevedendo il fondo salva dissesti, ha messo in sicurezza i comuni in odore di fallimento depotenziando la sanzione di inellegibilità a carico degli amministratori responsabili di tali situazioni, sanzione introdotta dall’articolo 6 del D,lgs n.149/2011 del federalismo fiscale. Si potrebbe continuare ma è evidente che il legislatore prima tesse la tela e poi la disfa come “Penelope”, e così facendo attua il paradosso di una continua precarietà del quadro normativo e consolida la certezza che si cambia tutto solo per non cambiare nulla. Cambia invece lo stato di salute del paese e la situazione emergenziale della finanza locale. I conti delle amministrazioni locali stanno saltando così che i disavanzi di bilancio affiorano ovunque e in diverse situazioni la Corte dei Conti ha avviato procedure di dissesto guidato. Qualcuno ribatterà che in periodo di crisi è normale che la sofferenza riguardi anche le amministrazioni territoriali e tenderà a sottostimare il problema non rendendosi conto che la riforma federale non era un privilegio da concedersi in periodi di crescita ma, bensì, il presupposto per affrontare la crisi. Quindi è utile che anche l’IMU, come il federalismo, non sia brandita come un vessillo ideologico per fare marketing politico ma gestita intelligentemente per ricomporre un tassello dell’equità fiscale e della finanza pubblica locale.

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Il Buco di bilancio e il pragmatismo bresciano

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La situazione della finanza pubblica che emerge dalla relazione della Corte dei Conti sul DEF, evidenzia “un netto peggioramento dei saldi di bilancio nonostante le imponenti dimensioni delle manovre correttive”. Sono un fautore del federalismo, convinto che la dimensione locale sappia alimentare responsabilità che il livello nazionale non ha, e ho sempre confidato nel pragmatismo bresciano, proprio di chi lavora e di chi, per questo, sa trovare la chiave di volta per risolvere le sfide della quotidianità. Per tutte queste ragioni, di fronte all’invito a non abbassare la guardia della Corte dei Conti, fatico a capire perché proprio a livello locale lo si disattenda. Mi riferisco al fatto per cui a Brescia dobbiamo sapere dalla stampa e dalla polemica elettorale dell’esistenza di un buco nel bilancio comunale di più di 30 milioni di euro. Il disavanzo è riconosciuto anche dalla maggioranza uscente, peccato che è consegnato al dibattito politico e non agli atti di programmazione finanziaria e che si concentra più sulle responsabilità che lo alimentano e non sulle soluzioni per risolverlo. Non capisco perché, non si siano, al tempo, adottate soluzioni come tagliare le spese o vendere proprietà pubbliche. Per converso, siamo ancora un Comune con una spesa pro – capite superiore alla media nazionale con immobili e partecipate che pongono Brescia, nonostante le sue piccole dimensioni, tra i Comuni che detengono più partecipate e asset in Italia. Il risultato è che per pareggiare i conti dei 396 milioni di uscite previsti per il 2013, non basteranno nemmeno più le soluzioni utilizzate fino ad ora. Non basteranno gli utili di A2a, che non possono essere considerati un’entrata stabile e che comunque sono ridotti del 15% rispetto a quanto non fossero solo 5 anni fa. Non potranno essere utilizzati gli oneri di urbanizzazione come in passato (32,6 milioni di euro complessivi negli ultimi 3 anni) perché, con le evoluzioni normative, è venuta meno la facoltà di utilizzarli per la copertura della spese correnti, facoltà con cui in tre anni il Comune ha pagato 9 milioni di spese correnti. E che dire delle ipotetiche alienazioni di partecipate? Da quest’anno alienazioni e plusvalenze, che fin al 2012 potevano in parte coprire la spesa corrente, non possono avere altra destinazione che la spesa per investimenti. Le uniche vie d’uscita sono: tagliare le spese, aumentare le imposte, adottare qualche operazione d’ingegneria finanziaria o societaria per occultare gli equilibri di bilancio oppure, sperare nell’intervento Regionale. Il taglio delle spese produce risultati solo nel medio termine salvo non si voglia fare “macelleria sociale” o ridurre i servizi, l’ingegneria finanziaria o societaria rinvia solo il problema con gli “interessi” (i derivati insegnano), resta l’incremento delle imposte o un intervento della Regione. Penso che, quale che sia l’opzione, se si vuole che la scatola nera della finanza pubblica, nazionale e locale, venga aperta, sia doveroso che ai cittadini siano sottoposte con evidenza cristallina le scelte su cui si punta per riequilibrare i conti pubblici, tanto più se questi sono chiamati ad esprimersi con il voto.

Buco

Rapidità e trasparenza per sistemare i problemi della finanza locale

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Un film appena uscito, “La Frode”, propone un Richard Gere, leader di un impero finanziario in pericolo, che mette in piedi una truffa, grazie alla quale, disponendo di una informativa privilegiata e giocando sul tempo, si salva dalla disgrazia. Tempo e informazione restano i fattori che rendono perdenti o vincenti sui mercati finanziari, ma sono anche le variabili di cui è ampiamente carente l’agire dell’amministrazione pubblica. Fa, infatti, un certo effetto poter fruire solo ora della relazione della Corte dei Conti, relativa ai rendiconti 2011. Poter lavorare su una informativa importante, per orientare le scelte del futuro, con quasi un anno e mezzo di ritardo è preoccupante. Se ci riferiamo al futuro, sconcertante è, anche, constatare che dal 1993, quando i bilanci preventivi dovevano essere approvati ad ottobre dell’anno precedente, questa scadenza è sempre stata posticipata. Anche quest’anno, se tutto va bene, si dovranno approvare entro la fine giugno. L’assenza dei bilanci preventivi, oltre a rappresentare una scarsa trasparenza nei confronti dei cittadini, è un limite perché rinvia le scelte sulle azioni da intraprendere a quando buona parte della spesa corrente sarà già impegnata. Facendo di necessità virtù, dalla relazione della Corte dei Conti apprendiamo che la spesa corrente dal 2009 al 2011 è cresciuta del 3% raggiungendo il valore di 43 miliardi di euro, l’equivalente, per ogni cittadino, di circa 900 euro. Il Comune di Brescia, a fine 2011, registrava una spesa pro capite più alta, 1322 euro, e un incremento nel triennio nell’ordine del 14% quasi 5 volte la media nazionale. Constatiamo, dal rendiconto 2012 che la situazione è migliorata tanto che la spesa pro capite è in un anno è calata del 2% e ha raggiunto il valore di 1294 euro per cittadino, spesa comunque superiore a quella che registravano per esempio comuni come Verona, Varese e Como. Per quanto riguarda il debito l’ultimo supplemento al bollettino della Banca d’Italia- Giugno 2012- riporta a carico dei comuni 50 miliardi di esposizione, l’equivalente di 1.049 euro per cittadino italiano. A Brescia lo stesso valore pro capite raggiunge i 1081 euro, quasi prossimo al limite di legge previsto per il 2014, e non poco se consideriamo che solo 2 anni fa era meno di 100 euro. Questi dati riguardano però il passato e sono utili solo per capire i margini di manovra per il futuro, un imprenditore qualsiasi o un operatore finanziario vorrebbe conoscere il futuro, immaginiamo un cittadino che potrebbe essere chiamato a “mettere le mani al portafoglio”. Per il futuro Il DEF – Documento di Economia e Finanza – appena varato prevede a livello nazionale: un incremento delle entrate tributarie dell’8%, l’esigenza di un rientro del debito che nel 2012 è già al livello record del 127% del PIL, e una contrazione della spesa per trasferimenti correnti del 5%. Questo scenario è solo una approssimazione di quanto accadrà e non fa presagire facili contesti in cui operare; nella nostra città se fossimo, infatti, prudenti non dovremmo dare per scontati i trasferimenti nazionali/regionali, ne la possibilità di allentamenti sui vincoli al debito pubblico, ne una normativa che ampli i margini di manovra. Il fatto che a livello locale si sia sollevata, per il bilancio del comune, la polemica relativa ad un disavanzo di più di 30 milioni euro per il 2013, non mi scandalizza, la situazione è difficile e non è sicuramente questa una responsabilità esclusivamente della Giunta in carica. Quello che mi preoccupa è che, le regole che hanno permesso di sanare il passato non valgano in buona parte per il futuro, come mi stupisce che ci si accorga di questa situazione con questo ritardo e che non si sia intervenuto prima. Ma, soprattutto, mi stupisce che ai cittadini che si apprestano tra poco più di un mese a votare, chiunque si candida, primo fra tutti il sindaco uscente, non spieghi come si intende risolvere questo problema. Si torna così alle variabili dei mercati “tempo” e “informazioni”, ma vorremmo evitare, come cittadini, che a fare le vittime dei “mercati” fossimo noi.

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Pagamenti PA: il tempo degli indugi è finito

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In questi anni abbiamo avuto più di una decina d’interventi normativi volti a regolarizzare il pagamento dei debiti di fornitura della pubblica amministrazione, e di questi, almeno la metà “venduti”, da ogni governo, come risolutivi, basti pensare ai decreti di maggio dello scorso anno. Nel frattempo il problema è evoluto, da uno stock di debiti valutati solo tre anni fa nell’ordine di 50 miliardi di euro ai più di 100 miliardi stimati oggi, l’equivalente del 5% del debito pubblico che coinvolge circa 250 mila imprese. Con l’ultimo decreto legge varato sembra però si sia fatto veramente un passo avanti, seppure risolva meno della metà del problema e con modalità che forse non sono ancora risolutive, per cui la fotografia che se ne trae è poco tranquillizzante. L’iterazione compulsiva delle bozze di decreto evidenza, infatti, il caos organizzativo in cui versa la macchina dello Stato e i risicatissimi margini di manovra finanziaria in cui possiamo muoverci per il futuro. In tutti questi anni i governi non sono nemmeno riusciti a conoscere la consistenza dei debiti contratti, tanto che se nel 1993 con il D.L. n°29 è stata avviata l’informatizzazione dei pagamenti pubblici, oggi, dopo vent’anni, abbiamo dovuto ricostruire il debito sanitario della regione Calabria non dalle fatture ma dalle testimonianze verbali dei direttori delle aziende ospedaliere, e, dopo anni di promesse, aspettiamo che la fatturazione elettronica nella PA sia una realtà. Così nel decreto appena varato si ipotizzano sanzioni a carico dei funzionari per rendere credibile il decollo della piattaforma on line per la certificazione dei pagamenti, che già disciplinata in precedenza ha consentito il rilascio di sole 71 certificazioni per poco più di 2 milioni di euro. Ma il deficit è nelle regole non solo nella loro attuazione: la “certificazione” dei crediti infatti era già stata prevista dal Ministro Tremonti, ai tempi in cui era Direttore Generale del Tesoro Vittorio Grilli, con il “Decreto anti-crisi”. Il DL 185 del 29-11-08 all’art. 9 commi 3 e 3bis prevedeva la certificazione, ma facoltativa e non obbligatoria. Il “governo dei tecnici” con la legge di Stabilità 2012, la n° 183 del 12-11-11 all’art 13 comma1, ne ha poi previsto la obbligatorietà ma non la sanzionabilità e così ci sono voluti quattro anni, dal 2008 ad oggi, per perfezionare una regola. Ma in Italia, si sa, una norma non si nega a nessuno! Se poi non la si vuole basta non fare i decreti attuativi, oppure non renderla cogente o ancora non sanzionarla; queste prassi permettono ai politici di vendere il loro attivismo senza affrontare il problema. Quest’arte permette anche di dare con la mano destra e togliere con la sinistra, come nel luglio del 2009 quando il governo Berlusconi con il Decreto “Anticrisi”, (DL 78/2009 dell’ 01-07-09), riuscì a dichiarare che le PA dovevano “adottare nuove misure organizzative per tempestivi pagamenti entro 31-12-2009” e nello stesso tempo sancire responsabilità disciplinari e amministrative dei funzionari che avessero adottato impegni giuridici incompatibili con la programmazione dei pagamenti. In sostanza il governo di allora, pur consapevole che il problema dei pagamenti stava nell’ottenere una deroga al “patto di stabilità”, chiedeva alle amministrazioni territoriali di adottare delle soluzioni pur non autorizzando alcuna deroga al “patto”, anzi, diffidando i funzionari dalla tentazione di non rispettarlo. Nel frattempo ora come allora non si nega mai un “tavolo” di confronto, una commissione o un gruppo di studio così come nell’ultimo dei decreti attuativi del federalismo fiscale quello relativo ai “Meccanismi sanzionatori e premiali” (d.lgs. 149/2011 art.16 c.1), quando incalzati dalle istanze delle imprese, venne prevista l’istituzione di un tavolo tecnico per proporre soluzioni in merito ai pagamenti della PA. Il Gioco al rinvio e alla mistificazione ha alimentato anche le false promesse della compensazione tra crediti e debiti fiscali, il cui primo riferimento si trova nel D.L. 78/2010, e anche dopo il recente decreto non è ammessa per chi regolarmente ha pagato le proprie pendenze con il fisco ma solo per chi ha un contenzioso o un accertamento in corso. Che il problema sia finanziario e che ogni artificio normativo e organizzativo rispondesse allora come oggi semplicemente alla logica di impegnare meno risorse possibile è evidente tanto che nell’ottobre del 2011 la V Commissione “Bilancio, tesoro e programmazione” rinviò l’esame della direttiva dell’Unione Europea relativa ai pagamenti della PA2011/7/UE, motivandolo con la preoccupazione che tale approvazione comportasse “aggravi, oneri finanziari, interessi moratori” a carico dell’amministrazione pubblica “stante la situazione di forte ritardo nelle erogazioni”. Proprio perché il problema è finanziario non si è voluto prevedere la liquidazione di tutti i debiti per ripartire con una situazione regolare da oggi, e tutti sanno che questo stock di debiti si ricostituirà! Come sui mercati anche in politica si compra tempo sperando che arrivino momenti migliori per poter affrontare quello che oggi sembra proibitivo ma così non è, non ci si faccia illusioni, gli anni che verranno non saranno meglio di quelli che ci lasciamo alle spalle. Così il rimedio normativo approntato è un palliativo per comprare tempo, costerà in termini gestionali e risolverà, nella più ottimistica delle ipotesi poco meno della metà del problema. Meglio sarebbe stato costituire un unico fondo centrale in cui canalizzare privatizzazioni e dismissioni immobiliari per pagare tutti i crediti, oppure onorare i mandati di pagamento con Titoli di Stato. Prescindendo dalla soluzione preferita le liquidazioni avrebbero dovuto essere gestite centralmente saltando mille passaggi, tavoli e garanzie, come è già stato fatto in Lombardia. Si sarebbe risparmiato, avremmo garantito celerità d’intervento. Nel frattempo diamo atto del risultato di oggi, che è comunque più di quanto si sia fatto nel passato, ma dobbiamo essere consapevoli che il tempo degli indugi è finito se non si cambia metodo il disastro è garantito.

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La Metropolitana: perseguiamo la sostenibilità non solo la bellezza

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La crisi finanziaria e il mutato contesto geo-politico inducono a considerare le risorse di cui si dispone limitate, anzi molto limitate. L’Italia è chiamata a questo rigoroso esercizio ancor più di altri Paesi, avendo cumulato una massa debitoria di oltre 2.000 miliardi di euro, che nel 2012 ha prodotto interessi passivi per 235 milioni di euro al giorno. Uno stock di debito che per ogni punto di variazione dello spread ci costa circa 3 miliardi il primo anno e ben 17 in tre anni. A livello locale Regioni, Comuni, Province, in un triennio di manovre finanziarie, hanno visto cambiare i loro equilibri finanziari: circa 80 miliardi di impegni hanno, infatti, quadruplicato gli aggravi sui loro bilanci. Le dichiarazioni di dissesto finanziario dei Comuni si moltiplicano, quelli in disavanzo di amministrazione si sono quadruplicati in sette anni e quelli sanzionati per non aver raggiunto gli obiettivi del patto di stabilità sono aumentati di 2,5 volte in un anno. Il federalismo fiscale che ci aveva promesso l’autonomia finanziaria dei territori è stato messo in soffitta e, vista la dipendenza dalle finanze nazionali, per un amministratore locale è quasi impossibile oggi garantire che gli investimenti che si appresta a realizzare potranno essere ammortizzati. In questo contesto, si inserisce l’impegno che la nostra città ha assunto per la metropolitana: poco meno di un miliardo di euro d’investimento, quasi 30 milioni all’anno di rate per la sola disponibilità dell’infrastruttura. A questi vanno aggiunti i costi d’esercizio che, per l’intero TPL, valgono oltre 25 milioni di euro all’anno. Tutto ciò al netto dei 20 milioni di contributo per il trasporto pubblico locale che si ipotizza di ricevere da Stato/Regione. Se tale contributo non fosse confermato o se i costi di gestione della metropolitano non rispettassero le previsioni fatte, il conto potrebbe essere anche più salato. Chi scrive non è in grado di dare un giudizio compiuto sulle implicazioni finanziarie per la città perché molti dati non sono pubblici, ma il materiale disponibile basta per dire che questo impegno rischia di “ingessare” i bilanci del Comune di Brescia. Inoltre, non sono necessari dati analitici per rilevare che ai fini della sostenibilità finanziaria è necessario rivedere tutto il trasporto pubblico locale ridisegnando l’integrazione tra autobus, corriere e metropolitana. E bisogna, altresì, strutturare, oltre ai parcheggi, tutti i servizi accessori. Considerato poi che Brescia, con la prima e seconda fascia di comuni limitrofi, è ormai una piccola città metropolitana, solo affrontando la razionalizzazione dei trasporti in una scala sovraccomunale potremo ottenere le necessarie economie e solo facendo della metropolitana il centro della ripianificazione urbanistica della città potremo trarre valore da questo investimento. Queste scelte vanno tutte affrontate ma c’è ancora molto da fare. I toni usati da editorialisti e cittadini per descrivere, incantati, questa infrastruttura sono enfatici e tutti dedicati a bellezza e funzionalità per gli abitanti. Ciò è positivo, ma abbiamo la responsabilità di garantire e dimostrare anche la sostenibilità dell’investimento. Quale avvertimento consiglio la lettura di un libro di qualche anno fa di Mario Calabresi “La fortuna non esiste”. Questi, seguendo la prima campagna elettorale di Obama, ha descritto un’America attanagliata dalla crisi, con città devastate e finanziariamente incapaci di garantire i servizi pubblici: dalle migliaia di case chiuse e abbandonate di Cleveland, alle fabbriche desolate di Braddock, fino ai parcheggi dormitorio di Santa Barbara, a una Detroit passata da simbolo dell’intraprendenza americana a esempio del degrado americano. Sicuramente il parallelismo è esasperato ma funzionale ad invitarci ad affrontare con pragmatismo bresciano anche gli impatti finanziari non limitandoci a quelli estetici.

CE | | P-012491/00-08 | 27/11/2006

Bilancio UE, anche i territori facciano la loro parte

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Non appena concluso il negoziato per l’approvazione del bilancio Ue, i più hanno iniziato a monitorare se Monti abbia o no incassato il dividendo di credibilità che vanta con i partner comunitari. Poiché la campagna elettorale forza queste chiavi di lettura, è opportuno fornire un’interpretazione che si concentri più sulla sostanza. A tal proposito, è utile ricordare che oggetto del contenzioso erano massimo 200 miliardi di euro in sette anni. Può sembrare una cifra importante, ma in realtà è poca cosa considerato che il bilancio dell’Ue è meno dell’1% del Pil europeo e di questo il negoziato, con questa cifra contesa, si giocava poco più dell’uno mille. Insomma, si discuteva di un valore che è meno del Pil del Bangladesh, relativo a un bilancio Ue che ha poche possibilità di incidere sulla crescita, per lo meno in confronto a quanto possono invece fare i bilanci dei singoli Stati europei che valgono mediamente il 44% del rispettivo Pil e poco anche in confronto alla possibilità di manovra di Obama che può contare su un bilancio federale che è il 22% del Pil americano. Ciò premesso, l’Italia, con il negoziato delle scorse settimane, continua ad essere contribuente netto per 3,85 miliardi di euro, continua a versare, cioè, più di quanto preleva dalle casse di Bruxelles per un importo che vale circa il gettito dell’IMU per la prima casa. Le ragioni di questo esborso annuo sono in parte connesse alla differenza tra le regole che disciplinano la partecipazione al finanziamento del bilancio Ue e quelle che regolamentano la ridistribuzione di queste risorse tra i vari Paesi membri. Ma non tutte le risorse del bilancio europeo sono allocate secondo queste modalità: in molto casi, il deficit italiano è connesso all’incapacità di conquistarsi queste risorse da parte dei potenziali beneficiari. Se prendiamo ad esempio il VII Programma quadro di ricerca, l’Italia finanzia circa il 13,4% del budget Ue e ottiene solo l’8,43 di queste risorse. Nel rapporto intermedio dello stesso Programma, tra le prime 50 organizzazioni aggiudicatarie di fondi una sola è italiana, il Consiglio Nazionale delle ricerche che, però, concorre ad attrarre risorse 6-7 volte inferiori a quelle che si aggiudicano i concorrenti inglesi, francesi e tedeschi. Uno studio del prof. Santagostino dell’Università di Brescia evidenzia, inoltre, come la situazione in ambito nazionale sia diversificata tanto che se il Politecnico di Torino nel quadriennio 2007-10 incassa dall’Ue per ogni docente o ricercatore 11.205 euro, l’Università di Brescia arriva solo a 1.572 euro e comunque dopo molte altre (ad es. Trento 7.607 euro, Verona 5.966 euro etc.). Per rimanere nella dimensione locale, non sono migliori le performance della Pa: basti pensare che il Comune di Brescia nella relazione programmatica e negli ultimi bilanci approvati non registra alcuna entrata afferente contributi e trasferimenti da organismi comunitari internazionali e, a differenza di altri Comuni anche di dimensioni più contenute (Rimini, Modena, Pescara, Verona) non ha un presidio organizzativo dedicato ai finanziamenti comunitari. Con riferimento agli esiti del negoziato per il 2014-20, Regione Lombardia dovrebbe disporre di maggiori risorse rispetto al settennio che si chiude. Molte di queste interesseranno proprio le città e il welfare; bisognerà però attrezzarsi per saperle conquistare, visto che i bilanci pubblici sempre più precari non lasceranno molte alternative.

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Ripartire dalle città

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Nelle città risiedono i due terzi della popolazione europea e si concentrano energie, conoscenza, capitali finanziari e umani per il nostro sviluppo. Le città catalizzano e metabolizzano esperienze e creatività ma, allo stesso tempo, sono fulcro di relazioni con il mondo esterno, vettori sia cultura sia di business a cui sono consegnate le speranze di benessere e di sviluppo dei propri cittadini e di intere nazioni. Ma affinché le città svolgano questo ruolo è necessario che le loro infrastrutture e organizzazioni siano valorizzate alimentandone le vocazioni. Diversamente perderebbero il ruolo propulsivo che potenzialmente possono svolgere. Nelle città si concentrano anche problemi a cui va data una soluzione quali: discriminazione e segregazione, povertà, disoccupazione, criminalità, inquinamento e rischi ambientali. Per questi motivi, a Brescia, la Scuola San Benedetto è impegnata da anni nell’approfondimento di questi temi. In questo solco si inserisce l’incontro di questa sera dedicato al tema dell’urbanistica, cui è stata già dedicata una lezione. Dopo un’intervista a Samia Henni, giovane professionista algerina responsabile del network “Smart Planning”, interverranno i professori Balducci, Karrer, Tira e Moroni. A loro è stato chiesto di rappresentare la significatività delle scelte urbanistiche per lo sviluppo della città e la soluzione di alcune problematiche e di presentare quali modelli siano più adeguati a valorizzare il territorio e a rispondere ai bisogni delle nostre comunità. Del resto la crisi finanziaria e la crisi politico-amministrativa rischiano di pesare molto sulla nostra città. La crisi finanziaria pesa sul settore immobiliare che registra una flessione di quasi il 30% del venduto e del 4% del mercato nel solo 2012; i fallimenti sono in crescita del 25% a fronte di una restrizione del credito per l’acquisto di abitazioni da parte delle famiglie del 49,9% nei primi nove mesi del 2012. Le scelte del governo nazionale di aumentare la pressione fiscale sugli immobili, aggravata da stanziamenti irrilevanti per le politiche abitative e le infrastrutture locali, sembrano aver tolto ogni respiro alle politiche di sviluppo urbano. Brescia ne sa qualcosa visto che, a differenza di Verona e di altre città, non è riuscita ad inserirsi nelle ristrettezze del “piano delle città” che il Ministro Ciaccia ha approvato. A tutto ciò va aggiunta una regolamentazione e una gestione pesante e farraginosa che opprime anziché valorizzare l’iniziativa privata. La chimera federalista che prometteva anche in questo campo maggior respiro alle scelte locali è stata archiviata. Basti vedere come è stato bloccato il federalismo demaniale -D. Lgs n° 85 del 28/5/2010 – che prevedeva di assegnare ai territori i beni del Governo centrale per una loro valorizzazione o come il Ddl del Governo Monti per la “valorizzazione delle aree agricole” affidi al Governo centrale la scelta della quota di edificabilità dei terreni agricoli. In questo scenario, è necessario che amministratori, cittadini e imprese pianifichino insieme cosa fare, concentrando le scelte sulle potenzialità di Brescia. L’incontro presso la Fondazione San Benedetto intende tracciare alcune ipotesi proprio sul piano dei metodi, delle regole e delle scelte.

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Enti locali e scandali – La trasparenza primo passo per eliminare frodi e sprechi

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L’arresto dell’ex sindaco di Parma, Pietro Vignali, è solo l’ultima di una lunga serie di iniziative della magistratura che vedono amministratori pubblici accusati di comportamenti fraudolenti. Negli ultimi tempi queste iniziative sembrano interessare più intensamente l’universo delle amministrazioni locali, sebbene io non creda che malversazione, frodi e sprechi trovino cittadinanza nei governi del territorio più che nell’amministrazione centrale; forse la concentrazione sul territorio è legata ad un fatto statistico, considerato che la quota di investimenti pubblici e di spesa corrente per consumi finali gestita dagli amministratori locali è più significativa e che i relativi centri decisionali sono frazionati e molto più numerosi. Nell’ambito di questa spesa va comunque distinta la quota di risorse gestite per il sostenimento dei costi della politica da quelle gestite nell’espletamento delle funzioni pubblicistiche. La prima è quantitativamente molto contenuta rispetto alla seconda: ad esempio, in riferimento ai costi dei gruppi consiliari regionali, oggetto dei recenti scandali, si parla di poco più di 1,5 miliardi di euro per tutte le regioni d’Italia a fronte di oltre 100 miliardi di sola spesa sanitaria gestita dalle stesse amministrazioni. Disapprovo che qualcuno si sia comprato un iPad o spesato un gelato, ma non posso porli sullo stesso livello di una gara per un impianto TAC perfezionata a condizioni fuori mercato. Va peraltro detto che le fattispecie connesse ai costi della politica non erano oggetto di disciplina e regolamentazione adeguata, come non lo erano quelle dei partiti e già questo la dice lunga su dove si annidino le responsabilità nel sistema pubblico. Altra cosa sono, invece, le risorse amministrate nell’interesse della collettività. Occorre sicuramente pensare a come arginare il fenomeno, che etica a parte, si stima costi 60 miliardi di euro alla collettività. Il primo disincentivo a comportamenti impropri nell’agire pubblico è sicuramente la massima trasparenza, così come il ladro colpisce di notte, anche la politica nasconde nei meandri dei propri bilanci e della propria documentazione amministrativo-gestionale i suoi illeciti e le sue anomalie. Se i costi, gli incarichi o le iniziative della Pa fossero effettivamente trasparenti, i primi a controllare sarebbero i cittadini o gli operatori esclusi. In realtà, se la pubblica amministrazione non è una casa di vetro lo si deve anche al governo centrale, primo custode geloso dell’opacità delle regole e delle performance. Non capisco, ad esempio perché non si possano consultare i conti della pubblica amministrazione territoriale nonostante siano monitorati trimestralmente dal sistema SIOPE. Per avere riscontro dei costi della politica locale dopo lo scandalo “Fiorito”, l’onorevole Della Vedova ha dovuto chiederli formalmente al Governo, con un “question time” alla Camera dei Deputati. Non solo un cittadino non ha accesso a tali informazioni per capire se la propria Regione o il proprio Comune sono più spendaccioni di altri, ma non vi hanno accesso nemmeno le pubbliche amministrazioni che possono consultare solo i propri dati, dati che si presuppone conoscano. E anche quando si fa qualcosa lo sforzo di disciplinare l’obbligo d’informativa viene vanificato dalla mancanza di controlli. Si pensi all’articolo 8 del decreto legge n.83 della legge n. 134/2012 che prevede che ogni compenso o sussidio superiore a 1.000 euro sia pubblicato sui siti web nella sezione “trasparenza”, pena la nullità dello stesso; nonostante la responsabilità di danno erariale, se si naviga sulle pagine di molti Ministeri si può facilmente verificare che pochissimi rispettano tale articolo e molti si sono limitati a registrarne il riferimento normativo con tanto di dicitura “sessione in aggiornamento”. In alcuni casi – e visto gli indagati Parma non si distingue – l’opacità dell’agire pubblico è stata intensificata dall’operare per il tramite delle partecipate pubbliche; migliaia di veicoli societari (3.635 nel 2011) nelle pieghe delle quali c’è di tutto. Ma anche in questo caso non è un fenomeno che riguarda solo il territorio, nè si può fare di tutta un erba un fascio negandone la funzionalità solo perché non si sa controllarle. Così dopo averle sottoposte ad una intensa rivisitazione normativa a decorrere dall’articolo 18 del Dl 112/2008, con il quale si sono estesi i limiti e i vincoli previsti per l’ente controllante alle società a partecipazione pubblica, si è arrivati in più occasioni a disporne la vendita tra, le quali l’ultima ad opera del decreto Spending review (Dl 95/2012). Naturalmente nessuno ha visto nè controlli nè passaggi societari di centinaia di società pubbliche! Il sistema dei controlli va quindi completamente ridisegnato, ridefinendo chi deve attuarli, con quali requisiti, con che poteri, con quale selezione e modalità d’incarico e soprattutto senza burocratizzare una organizzazione già sufficientemente rigida. Invece, solo porre il tema stizzisce tutti. Prova ne è il Dl n.174/2012, che norma i controlli su Comuni e Regioni. Tale decreto, oggetto della proposta governativa dopo gli scandali estivi, rispetto alla bozza iniziale è stato significativamente depotenziato nella versione finale. Tutto questo mi fa dire che forse nessuno vuole realmente cambiare il sistema e se così fosse, allora dobbiamo rassegnarci al susseguirsi di questi fenomeni. Ma soprattutto si sappia che quelli scovati sono solo una piccola parte di quelli esistenti e che l’assenza di trasparenza e controlli nasconde sia i miliardi relativi alle operazioni fraudolente sia i miliardi afferenti scelte gestionalmente inadeguate, e, al netto di quello che verificherà la magistratura, Parma ha sofferto di questo.

Rinnovamento anche nel metodo

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Si  avvicinano le elezioni nazionali e locali in Lombardia e a Brescia. L’offerta politica è poco chiara e il rinnovamento è in alcuni casi solo di facciata. Cambiano le sigle ma in molti casi i candidati sono gli stessi! Non ritengo che il rinnovamento sia di per sé una garanzia ma è evidente a tutti che il disastro economico finanziario è l’esito di una leadership politica ed economica in Italia che ha dettato l’agenda delle scelte di questi decenni. Daniel Cahneman,  psicologo Nobel per l’economia nel 2002, nel suo libro “pensieri lenti e veloci”, ci spiega come il cervello funzioni, pur nel massimo impegno razionale, anche secondo logiche istintive ed emozionali creando illusioni cognitive. Nel trattato si spiega come si verificano questi errori del giudizio umano. Chi fa politica queste regole le conosce e le utilizza ampiamente: per difendersi da questo non è necessario solo cambiare alcune persone quanto utilizzare un metodo diverso. Cahneman evidenzia che per convincere la gente è importante la coerenza della storia che si riesce a costruire, tanto che la quantità e la qualità dei dati che ne danno riscontro è irrilevante;in assenza poi delle informazioni si può raccontare quello che si vuole. È quindi necessario che le informazioni sull’agire politico e sull’operare pubblico siano il più possibile accessibili, che la PA sia una casa di vetro, che in finanza i bilanci pubblici siano disponibili e comprensibili. Semplificando non mi sarebbe dispiaciuto versare l’IMU su un modulo che avesse offerto una breve informativa su come sarebbero state usate quelle risorse. Sempre Cahneman dimostra come un metodo sicuro d’indurre la gente a credere alle cose false sia la frequente ripetizione perché la familiarità non si distingue facilmente dalla verità; e questo è tanto più vero in contesti tecnici complessi come la finanza. È dimostrato che ripetere l’enunciato di un fatto lo fa apparire vero soprattutto se non lo si collega a nulla di noto o controllato. Allora perché non prevedere una commissione di controllo in parte sorteggiata da un elenco di cittadini? O programmare dei veri “question time” animati però dai cittadini, emulando i lavori delle assemblee in cui sono prodotte interrogazioni dei parlamentari o dei consiglieri all’Esecutivo, a cui obbligatoriamente deve essere data una risposta formale e in tempi obbligati? In fine se è così facile prendersi beffa degli elettori perché a presidiare certe posizioni, come le funzioni direttive finanziarie, non mettiamo professionalità certificate da un albo e soggette nella selezione e nella valutazione ad una autority indipendente invece che ad organismi nominati dai controllati. In sostanza il rinnovamento non è garantito dalla soggettività dei candidati, già nel passato abbiamo visto cooptare visi e fisonomie nuove ma in molti casi servili a chi le nominava, il rinnovamento si vede nel metodo, un metodo che dia garanzia di cambiamento dei comportamenti e non necessariamente o solo degli attori, se nei programmi e nelle agende troveremo iniziative come queste si potrà riaffezionare la gente alla politica.