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Un Welfare da rifondare

Corriere della Sera ed. Brescia (18 Marzo 2014)

Le politiche per il welfare sociale, quelle cioè che comprendono l’insieme dei settori socio-sanitario, socio-assistenziale e socio-educativo risultano da tempo insostenibili ed inadeguate.
Questo è quanto emerso da due confronti che si sono chiusi la scorsa settimana, uno presso la Congrega della Carità Apostolica, con la presentazione del Rapporto 2013 sulla povertà della Fondazione Zancan e l’altro organizzato dalla Fondazione San Benedetto che ha affrontato il tema del finanziamento privato per il mondo sociale.

Che il tutto non regga, a prescindere dalla crisi, è evidente: gli ultrasessantenni sono passati dal 3% degli anni ‘90 al 6% del 2010 e arriveranno ad essere il 7% nel 2020 (circa 4,5 milioni di persone), mentre già oggi, in Italia, la quota di anziani assistiti in strutture residenziali è del 2%, contro Belgio al 8,1%, Svezia al 7,5%, la Francia al 6.3 e l’Inghilterra al 5,1%, così che risultiamo meglio solo della Grecia.

Il tutto è aggravato da un contesto che vede famiglie sempre più piccole, che faticano a far scattare il tradizionale sistema di “welfare familiare”, un’imposizione (sia tributaria che tariffaria) significativamente aumentata e che ha perso ogni parvenza di progressività con grave penalizzazione dei cittadini più poveri e meno fondi pubblici.

Un welfare non solo insostenibile ma anche mal gestito. Del resto che nel nostro Paese queste politiche siano inefficienti è dimostrato dal fatto che l’abbattimento del rischio di povertà che producono è quantificabile nell’ordine del 20% contro il 70% di Paesi come la Svezia.

E’ necessaria una rivoluzione sussidiaria, che ridia il protagonismo alla società civile capace, come risulta dal recentissimo Rapporto 2014 della Fondazione per la Sussidiarietà, di produrre attraverso il settore non-profit servizi del welfare più economici di quelli pubblici.
Ma non è solo un problema di ridefinizione significativa del perimetro dell’agire pubblico, è anche un problema di ridefinizione del suo ruolo e delle sue competenze.

La Pubblica Amministrazione non può più avere il monopolio decisionale sugli interventi, deve agire invece da regolatore intelligente, guidando sistemi decisionali complessi in cui operatori, e soprattutto cittadini-utenti, sappiano (e debbano) giocare la loro parte: il pubblico deve passare da erogatore dei servizi (diretto od indiretto) ad abilitatore, da programmatore dei servizi a controllore e valutatore, da finanziatore esclusivo e condizionante a moltiplicatore delle risorse private secondo logiche di meritocrazia.

Per contenere la sudditanza finanziaria del welfare del pubblico bisogna mobilitare la capacità privata di garantire risorse a diverso titolo, quelle di tutti quegli operatori riconosciuti come “secondo welfare”. La finanza privata deve giocare la propria partita, mentre oggi è chiamata a “mettere una toppa” dove fallisce il pubblico invece di avere un intervento dello Stato dove la società civile non ce la fa, strutturando così di fatto una sussidiarietà al contrario.

Questi cambiamenti rappresentano la sfida! Ma dobbiamo essere consapevoli che togliere il monopolio della gestione al pubblico significa anche togliergli l’esclusiva della responsabilità.

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Il Bilancio di Previsione 2014 del Comune di Brescia

In questi giorni si parla molto e con determinazione di riforma elettorale: molto meno di misure per il rilancio dell’economia nonostante i dati a dir poco preoccupanti. E se dobbiamo affrontare questo tema, a mio parere si deve ripartire dal contenimento della pressione fiscale alimentato da una seria spending review e da decise liberalizzazioni capaci di scardinare sacche di malgoverno create negli anni da consorterie pubbliche e private.

E’ quindi triste constatare che il processo federalista, mai portato a conclusione, postulava l’invarianza della pressione fiscale sul cittadino, e invece ci troviamo con una imposizione locale cresciuta del 66% rispetto al 2001, passando da 14 a 23,8 miliardi di Euro (da 240 a circa 400 Euro pro-capite) con una impennata nel biennio 2011-2012. Nonostante di locale queste imposte abbiano ben poco, la leva fiscale è stata una delle poche strade che i sindaci hanno potuto percorrere per fronteggiare la costante riduzione dei trasferimenti statali scesi dai 25,8 miliardi di Euro del 2009 ai 17 del 2012 (-33%).

La Giunta di Brescia, che ha deliberato a dicembre il bilancio preventivo 2014-2016, non è esente da tale trend, tanto che nel documento di programmazione si stima una contrazione dei trasferimenti di 12 milioni di Euro rispetto al 2013 (-30%) e di ben 33 milioni di Euro rispetto al 2012 (-56,9%).
A fronte di ciò si è reso necessario porre mano alla leva impositiva: così se tra il 2011 e il 2012 il sindaco Paroli, grazie all’introduzione dell’IMU ad opera del Governo Monti (anche sulle prime case) e all’incremento dai lui introdotto dell’addizionale Irpef, portò al bilancio, al netto di altre variazioni, oltre 51 milioni di Euro (+70%), il sindaco Del Bono nel biennio 2013-2014, agendo su IMU e addizionale Irpef, ha chiesto ai cittadini ulteriori 41 milioni di Euro (+33%) con il risultato che nel 2014 per i cittadini bresciani il carico delle principali imposte (ICI/IMU, tassa sui rifiuti e addizionale Irpef) raggiungerà circa 878 Euro pro-capite rispetto ai 388 Euro del 2011.
Non ha contribuito a contenere tale aggravio per i contribuenti la previsione in crescita dei dividendi delle partecipate (in particolare di A2A) stimati in 32 milioni di Euro annui per il prossimo triennio, rispetto ai 13 milioni di Euro del 2012. Certo, un aumento delle imposte e delle tasse era imprescindibile, stante il potenziale disavanzo che la nuova Giunta ha dovuto affrontare, ma nel medio termine ci si aspettava che a fronte di una decisa revisione della spesa e dell’effetto indiretto delle significative dismissioni pianificate (150 milioni nel triennio tra immobili e società) si potesse ridurre!

In realtà il calo della spesa corrente nel triennio sarà del 3% per un valore complessivo di 9 milioni di Euro: veramente poco se paragonato al carico impositivo registrato dal 2011 ad oggi. Inoltre è opinabile la scelta di presentare il bilancio prima dell’adozione della Legge di Stabilità 2014 che ha disciplinato la nuova Imposta Unica Comunale (IUC): ciò renderà necessarie ulteriori correzioni prima della sua approvazione definitiva che probabilmente presenteranno ulteriori aggravi per i contribuenti bresciani. Spero, e sono convinto, che si sappiano trovare delle soluzioni, almeno per rassicurare i cittadini che con il cambio di Giunta è cambiato anche il metodo.

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Strumenti Finanziari e Fondi UE

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Con l’approvazione del bilancio dell’Unione Europea e dei regolamenti sui Fondi Strutturali, la programmazione delle risorse comunitarie per il settennio 2014-2020 entra nel vivo. Il budget per l’Italia è cospicuo: circa 64 miliardi di euro a cui vanno aggiunti 54 miliardi del Fondo di Sviluppo e Coesione. Queste risorse hanno il pregio, in un contesto di finanza pubblica totalmente instabile, di essere le poche risorse certe per il futuro, e questa è la ragione per cui vanno sfruttate per affrontare energicamente la crisi. Purtroppo lo scorso settennio (2007-2013) venne programmato prima che la crisi si esplicitasse, e scelte programmatiche e regole per l’uso delle risorse dovettero essere successivamente adeguate alla situazione, perdendo tempo e, in parte, efficacia nell’affrontare quella che per i più sembrava solo una congiuntura negativa. Oggi non ci sono più alibi: sono quasi 10 mila i fallimenti d’impresa nei primi 9 mesi dell’anno e la contrazione del credito, nell’ordine di 50 miliardi (-5,5%) per l’anno in corso, non accenna a diminuire. Proprio per questo la bozza d’Accordo di Partenariato appena trasmessa a Bruxelles dal Ministro Trigilia prevede che si debba mettere “l’impresa, in tutte le sue declinazioni, al centro delle politiche economiche” e che una delle priorità su cui investire sia “l’accessibilità al credito e al capitale di rischio”. Ciò trova una leva indispensabile nell’attuale disciplina (art. 32-40 del nuovo Regolamento sui Fondi strutturali) che, dopo il primo periodo di sperimentazione, consolida la possibilità d’investire, in partnership con intermediari di mercato, risorse comunitarie attraverso Strumenti Finanziari (prestiti, garanzie, capitale di rischio) alternativi o abbinati a contributi a fondo perduto. L’alternativa non è indifferente sia perché così le risorse, seppur agevolate, verranno nel tempo restituite e potranno alimentare nuove iniziative, sia perché abbinate a quelle private potranno moltiplicarsi. Se nella prossima programmazione si investisse almeno il 10% delle risorse disponibili in strumenti finanziari si potrebbe tranquillamente mettere a disposizione delle imprese, in funzione degli strumenti e dei moltiplicatori che si chiederanno, dai 60 ai 100 miliardi, somma in grado di compensare la contrazione del credito di questi ultimi anni. Si aggiunga che ciò potrebbe rendere disponibili nel 2020, dai 4 ai 7 miliardi da rimettere nuovamente in gioco nella successiva programmazione. Inoltre si attiverebbe un moltiplicatore di efficacia, oltre che finanziario, poiché gli intermediari finanziari coinvolti saranno incentivati a supportare iniziative meritevoli, selezione che il sistema pubblico non sempre è in grado di garantire. Il 10% non è una scelta impossibile: già in questa programmazione, infatti, l’Italia ha stanziato risorse comunitarie in strumenti finanziari per più di 3 miliardi di euro, una cifra modesta se consideriamo le risorse dell’UE a disposizione, ma comunque più di ogni altro partner comunitario. Sembra però che molti rappresentanti della classe politica e della struttura amministrativa preferiscano un ritorno al fondo perduto, il tutto giustificato dal fatto che le risorse stanziate per strumenti finanziari sono state spese solo per poco più di un terzo (34,2%), cifra documentata dall’ultimo monitoraggio UE. Ma va detto che c’è tempo fino al 2015 per completare gli investimenti e che tale performance non è molto diversa da quella degli altri Paesi, la media UE risulta infatti di soli tre punti percentuali più performante (37,3%). Per un miglior risultato basterebbe fare tesoro delle esperienze di questi anni e optare per gli strumenti che hanno consentito di spendere di più, come le garanzie, per cui la quota di spesa è del 58%, o finanziare in misura maggiore capitale d’esercizio oggi pienamente legittimato dalle norme appena approvate (art.32). Il mondo finanziario è pronto a prendere al volo questa occasione su cui “giocare” il futuro delle imprese e il proprio. Sono coinvolte la comunità dei confidi, quella del private equity, ma ancor più quella degli intermediari finanziari tradizionali, operatori privati a cui, nella scorsa programmazione, è stato affidato in gestione solo il 38% delle risorse impiegate in strumenti finanziari, privilegiando invece gli operatori pubblici, scelta che d’altro canto dovrebbe aver permesso a tutti di condividere competenze per affrontare in misura più efficace le gestioni future. La nuova disciplina ha, infatti, qualche elemento di criticità (modalità di rendicontazione dei costi, sistema dei controlli, remunerazione dei gestori, vincoli sui regimi d’aiuto), ma l’elemento più critico da presidiare per il futuro è l’esigenza di una maggiore complementarietà tra Pubblica Amministrazione e intermediari finanziari, occorre infatti una più marcata osmosi di competenze che garantisca una PA finanziariamente più preparata e intermediari più istituzionali con competenze pubblicistiche adeguate alle richieste di Bruxelles. E questa complementarietà dovrebbe svilupparsi già dalla programmazione dei nuovi interventi finanziari perché, con le nuove regole, per attivarli Regioni e Ministeri sono obbligati a redigere valutazioni di fattibilità ex ante, che diano ragione della loro utilità e delle loro modalità attuative. Ma il tempo per questo confronto, e soprattutto il tempo per ottemperare alla scelta di destinare risorse per finanziare le imprese, ha i giorni contati, perché entro i primi mesi dell’anno prossimo occorrerà ratificare l’Accordo di Partenariato e, nel frattempo, fallisce più di una impresa italiana ogni ora che passa.

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La rivoluzione del welfare nelle priorità della Smart City bresciana

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La crisi in atto ha messo a nudo l’insostenibilità del sistema di welfare; un sistema di sicurezze costruito nei paesi più sviluppati in un secolo di storia grazie alla conquista di trattamenti pensionistici, assistenza sanitaria e socio assistenziale, tutele del lavoro, casa, formazione, ecc.. In Italia l’allungamento della vita media delle persone e il calo demografico, dovuto alla scarsa natalità, fanno gravare il costo di questo welfare su una quota più esigua di popolazione occupata. Un peso divenuto eccessivo e nel futuro insostenibile: basti pensare che la spesa pensionistica, quella sanitaria e quella socio-assistenziale assorbono il 63,7% del PIL pro capite di ogni occupato e nel 2060 sarà il 73,2%. In questo valore non è per altro incluso il welfare della famiglia, quello dei minori, della povertà. In Europa l’insostenibilità vale sia per un welfare a carico della fiscalità generale come in Italia sia per un welfare finanziato da mutue obbligatorie come nel caso della Germania; ma la situazione non è diversa nei sistemi privatistici come negli USA, dove il Presidente Obama è stato costretto ad ampliare l’ombrello dell’intervento pubblico per sopperire ai limiti economici e sociali del sistema assicurativo sanitario privato. Del dramma che ci aspetta nel futuro c’è poca consapevolezza tanto che anche con riferimento al solo sistema pensionistico, welfare tra i più dibattuti, MEFOP –società per lo sviluppo dei Fondi pensione- ha rilevato che tra i lavoratori è cresciuto il grado d’informazione sui requisiti anagrafici di pensionamento ma non quello sui tassi di sostituzione: in sostanza sappiamo a che età andremo in pensione ma non a che condizioni. Questa inconsapevolezza è ancor più grave se si considera che più di un terzo degli italiani nel 2050 maturerà una pensione inferiore all’assegno sociale, oggi 442 euro al mese, e che con quella somma dovrà pagare di più quei servizi che sono oggi a tariffazione calmierata o pagare servizi oggi completamente gratuiti. Forse la ragione per cui, anche se le risorse sono inferiori, il sistema cooperativo, dell’impresa sociale e del no profit continua a crescere e ad affrontare i bisogni insoddisfatti a cui il sistema pubblico e, ormai, anche le famiglie faticano a dare risposte, è data dal fatto che le persone hanno ancora la voglia di assumere la sfida di una convivenza civile. La dimensione di questo impeto ideale è rilevata in Italia dall’ultimo censimento del no-profit che risulta sia quadruplicato passando da circa 235 mila enti del 2001 ai 470 mila del 2011. L’Unione Europea ha riconosciuto la strategicità di questi operatori varando la “Social business Initiative” e previsto una specifica priorità per questa politica nell’uso dei Fondi Strutturali, che grazie alla recente conferma del cofinanziamento governativo, cumulano un budget di più di cinquanta miliardi di euro. Poiché un’altra priorità di questi fondi è lo sviluppo urbano, penso che potrebbe essere una buona occasione per Brescia declinare il tema della “Smart City” anche nella sua dimensione sociale: si guadagnerebbe una attenzione nella selezione dei progetti e nello stesso tempo si valorizzerebbe il patrimonio organizzativo e culturale ineguagliabile della nostra città. Sarebbe anche l’occasione per portare a sistema risorse pubbliche e private trasformando Brescia in un laboratorio nazionale. Si potrebbero sperimentare molti strumenti finanziari innovativi a vantaggio dell’impresa sociale (crowdfunding, venture philantropy, microredito, social bonds), strumenti indispensabili considerato che l’impresa sociale è costretta ad autofinanzia per i 2/3 delle proprie esigenze, ma prodotti che richiedono una regia sapiente e soprattutto un territorio come il nostro. Peccato che Brescia non abbia colto questa sua originalità e non abbia sfruttato, per questi temi, i bandi del Ministero e della Regione “Smart Cities and comunities and social innovation”. Ma non tutto è perso considerato che gli indirizzi programmatici dell’Assessore ai Servizi Sociali di Brescia Felice Scalvini sono assolutamente innovativi e tenuto anche conto che il coinvolgimento dei comuni dell’hinterland, come più volte auspicato dal Sindaco Del Bono, potrebbe rendere participi queste amministrazioni anche di una rivoluzione territoriale in nome del welfare.

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Ridurre i costi della pubblica amministrazione: una priorità sempre inevasa

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Nel dibattito politico, si contrappongono i difensori del rigore finanziario e coloro i quali vorrebbero allargare i cordoni della borsa. Alla fine, poiché ciò paga politicamente, i secondi la spuntano sempre. Così i tagli della spesa pubblica vengono sempre sacrificati all’incremento delle imposte e all’assunzione di nuovo debito. Di ciò ne dà riscontro Giuliano Amato nel suo ultimo saggio “Grandi illusioni – ragionando sull’Italia”. Amato sottolinea come le classi dirigenti filo-popolari abbiano alimentato in continuazione il debito illudendosi che la crescita fosse una costante irreversibile; e lo hanno fatto nonostante i segni del cambiamento fossero più che evidenti. Mentre, infatti, negli anni sessanta il PIL cresceva ad un ritmo annuo del 5%, con una spesa pubblica al 30% sul PIL, negli anni ottanta la crescita si era dimezzata al 2,4% con una spesa pubblica che superava il 45%, e oggi, nel pieno della recessione, registriamo un deficit di bilancio e la spesa pubblica al 52% del PIL. Il debito pubblico nel frattempo è passato dal 36,8% del 1960 al 130% di oggi, oltre il record storico di 2.050 miliardi di euro. I vincoli comunitari hanno parzialmente costretto a correggere questo comportamento agendo sulla leva impositiva. Per l’ISTAT il carico fiscale è cresciuto dal 36% del PIL al 44% solo negli ultimi 6 anni ma la spesa pubblica è cresciuta con una media di 10 miliardi l’anno, arrivando a 792 miliardi di Euro. La spending review, un groviglio di norme per ridurre e razionalizzare la spesa pubblica, non ha mai raggiunto alcun risultato. Negli anni tali norme sono state prorogate, abrogate, annullate o, più frequentemente e semplicemente, non attuate, non fornendo alcun contributo al freno dell’indebitamento e facendo invece sedimentare la cultura dei diritti acquisiti. Così il blocco delle consulenze è stato aggirato con il crescere degli appalti di servizi, la riduzione degli organici si ritiene compatibile con provvedimenti come la recentissima stabilizzazione dei precari, l’eliminazione delle province bloccata dalla Consulta, la liquidazione delle società partecipate ulteriormente prorogata, ecc. L’unico criterio per ridurre la spesa è risultato essere quello di sottrarre le risorse agli enti locali, 2,25 miliardi di Euro per il 2013, che quindi li costringerà a tagliare costi o ad aumentare le imposte; lascio ai lettori interpretare come i comuni eserciteranno l’opzione su come applicare la nuova tassa sui servizi! Per questa ragione riconfermo l’apprezzamento per il proposito della Giunta bresciana di vendere partecipate e immobili. Mi auguro, però, che sappiano snellire anche le spese ben oltre i tagli ai servizi generali previsti, in parte obbligati da alcune normative, che sono un bel segnale ma poca cosa quantitativamente (meno di 3,7 milioni di euro su quasi 280 di spesa corrente). Sicuramente si potrà far di più anche con la riorganizzazione delle società che rimarranno nella orbita comunale visto che i contratti di servizio hanno registrato un incremento significativo. Le prime riflessioni proposte sul bilancio della nostra città erano animate da queste preoccupazioni ed offerte per sostenere gli spiragli di cambiamento che dall’intervento dell’Assessore Panteghini sono stati riconfermati. Allo stesso modo auspico che l’annuncio “ce la faremo” di questa estate sia riferito alla vendita e ai tagli e non solo a chiudere il bilancio.

buon governo

Bene ma con un po’ più di coraggio!

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La Giunta comunale di Brescia ha dato il via libera al bilancio di previsione 2013 e così i nodi sono arrivati al pettine dimostrando come l’ammanco dei dividendi A2A, previsti nel 2012, e il costo ineludibile del trasporto pubblico locale –TPL-, metropolitana inclusa, hanno ingessato i conti tanto che l’unico spazio di manovra per il 2013 è risultato incrementare le imposte a carico dei bresciani. Il conto per i cittadini è salato perché per coprire il disavanzo emerso nei conti comunali si dovranno garantire oltre 22 milioni di euro di imposte aggiuntive, quasi 230 euro a famiglia. Ma quello su cui è utile concentrarsi non è tanto il conto ineludibile di quest’anno quanto quello che ci aspetta nei prossimi cinque. I conti in ordine sono una condizione necessaria, ma non sufficiente per alimentare una strategia per il territorio. E’ per questo che sul piano del metodo, non ancora degli obiettivi, mi avevano incoraggiato le dichiarazioni della nuova Giunta sulla volontà di smagrire il portafoglio delle partecipate e del patrimonio immobiliare comunale. Questo indirizzo mi sembrava un elemento di discontinuità apprezzabile considerato che un comune non deve fare l’investitore istituzionale come un private equity o un renter immobiliare ma solo il regolatore: deve lavorare al fianco degli imprenditori e degli immobiliaristi e non sostituirsi a loro. Mi sembrava un bel segno dimostrare che per guadagnarsi il diritto di mettere le mani in tasca ai cittadini bisogna almeno provare di aver vuotato parte di quelle pubbliche. Leggendo però il bilancio trovo solo l’incremento delle imposte mentre l’audace manovra sul fronte delle dismissioni si diluisce nel triennio per un ammontare di 40 milioni, perfino meno di quanto il Sindaco uscente aveva già pianificato precedentemente per il solo 2013. Inoltre dopo i “frizzi e lazzi” elettorali mi aspettavo che il realismo della quotidianità imponesse anche un altro smagrimento, quello dei costi della macchina comunale, in realtà le spese correnti aumentano di 15 milioni nel 2013 (+6% rispetto al 2012) salvo poi essere ridimensionate dell’1% nel triennio 2013-2015, con risparmi per 2,3 milioni di Euro. Ciò è condizionato dal costo del TPL che ha costretto anche ad un calo degli impegni per il welfare (istruzione, anziani, edilizia abitativa, ecc.). Considerato che il problema è il disavanzo di parte corrente generato dallo squilibrio tra spese ed entrate speravo che si incidesse, nel triennio, con decisionismo tagliando spese in modo almeno paritetico a quello che si è fatto aumentando le imposte per incrementare le entrate. Non vedo un cambio di paradigma nemmeno nell’ipotizzare un incremento dei dividendi, soprattutto di A2A, (13 milioni nel 2012, 23 nel 2013 e 35 per il biennio successivo) che, peraltro, riproponendo una dipendenza da A2A, non serve per alimentare investimenti che invece sono drammaticamente ridotti nel 2013 (-100 milioni sul 2012) e negli anni successivi (–41 milioni). L’approccio mi sembra responsabile, ma sembra che la Giunta abbia rinviato i cambi di rotta e, rispetto alle dichiarazioni rilasciate, abbia semplicemente tappato le falle rinunciando, per ora, ad ogni segnale di prospettiva. Mi auguro che il dibattito consiliare o forse il prossimo bilancio previsionale, che si potrà assumere con tempi meno vincolati, permetta di abbinare ai sacrifici chiesti ai bresciani e alle scelte di vendita di beni pubblici, se riproposte, le ragioni, cioè gli investimenti e il valore aggiunto per i cittadini, perché nessuno sarà apprezzato a lungo solo perché tenta di tenere i conti in ordine.

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Una medaglia poco brillante

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L’anno scorso il Comune di Brescia incassava dal Governo il riconoscimento di ente virtuoso e guadagnava anche la prima posizione tra i comuni Lombardi nella graduatoria del virtuosismo redatta dalla Giunta regionale. Tutto faceva presupporre che i conti del Comune di Brescia fossero un esempio e che qualsiasi preoccupazione fosse da rubricare come faziosità politica anche se espressa da chi di politica non si occupa. Lo scorso mese la Regione Lombardia ha aggiornato la graduatoria e Brescia risulta essere in assoluto il comune più virtuoso, ed è quindi utile capire come mai, di fronte a dichiarazioni di conti preoccupanti, Brescia risulti ancora premiata ed in tale misura. La risposta è che la pubblica amministrazione è inefficiente anche quando determina i criteri di virtuosità. L’utilizzo di valori consuntivi, la media del triennio 2009-11 per l’indicatore lombardo 2013 e il solo anno 2009 per quello del Governo del 2012, non permettono, infatti, di valutare per Brescia il peggioramento dell’equilibrio economico che si presenterà solo nel 2013 e soprattutto il debito assunto nel 2011 (210 mil), che viene rilevato solo quest’anno ma attenuato dalla media con due anni, 2009 e 2010, in cui il livello del debito era irrisorio. Oltre al limite di considerare consuntivi molto datati o diluiti dalla media (indicatori statici), va evidenziato che qualsiasi analisi di sostenibilità finanziaria considera anche valori prospettici (indicatori dinamici), nel pubblico desumibili dalla programmazione triennale obbligatoria. Se si chiede un mutuo in banca non vi chiedono certo quanto guadagnavate due anni fa né la medie storica del vostro debito, preferiscono sapere quanto siete indebitati al momento della richiesta e soprattutto come nel tempo farete fronte ai vostri impegni. Altro elemento discutibile della metodica adottata è che il Governo non considera il debito e la Regione Lombardia lo considera ma in misura contenuta (10,5 punti su 100). Il debito pubblico è l’elemento a cui, come chiunque sa, dobbiamo la situazione di estrema debolezza in cui versa il nostro Paese ma nonostante ciò chi codifica i parametri di virtuosità continua ad ignorare tale grandezza. Nello stesso tempo si continua a considerare l’impatto degli utili delle società partecipate ma non dei loro debiti. Considerato tutto ciò l’attuale difficoltà del comune di Brescia emergerà in tutta la sua dimensione per l’indicatore regionale solo nel 2015 mentre, per l’indice nazionale, forse già dal 2013, ma questo dipende anche dalla situazione degli altri comuni; l’indicatore infatti non monitora se vai male rispetto allo scorso anno ma se vai meno male delle altre amministrazioni e quindi il virtuosismo valida il principio “mal comune mezzo gaudio”. Ma attenzione! Se si perde la virtuosità nazionale si perde l’esenzione dal patto di stabilità e allora bisogna aspettarsi un gran salasso.

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Finanza di progetto per investimenti a costo zero

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Gli investimenti pubblici colano a picco: -24% lo scorso anno e -27% per il primo trimestre del corrente anno sono le contrazioni appena segnalate dalla relazione annuale del Presidente dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici. Le amministrazioni territoriali, che hanno la maggiore responsabilità per questi investimenti, hanno equilibri economico finanziari sempre più compromessi, tanto che in molti casi le loro risorse finanziarie permettono a mala pena di coprire le buche stradali. In questa situazione emergenziale il Governo, bloccato dai vincoli e dagli impegni comunitari, fatica ad essere reattivo quando le possibili soluzioni ipotizzano, anche solo lontanamente, l’impegno di nuove risorse finanziarie. Ne è una dimostrazione la lentezza con cui si sta cercando di rilanciare il “project financing” – PF – dando attuazione all’incentivo fiscale previsto dal Governo Berlusconi con l’articolo 18 della L.183 del 2011, la cosiddetta “Tremonti infrastrutture”. Quell’agevolazione prevedeva, in sostituzione del contributo a fondo perduto, sconti fiscali Irap, Ires e Iva alle società concessionarie di infrastrutture da realizzare in Project financing; ma, ad oggi, essa non è ancora operativa. Poco conta che il credito d’imposta di quella manovra fosse solo la versione restrittiva di un’agevolazione all’inizio fruibile solo per le autostrade e per progetti di valore significativo, ambito applicativo poi allargato dai Governi successivi. Poco importa, inoltre, che si tratti della formalizzazione di una diluizione dell’impegno dello Stato, visto che si sostituiscono contributi a fondo perduto da liquidarsi subito con incentivi fiscali fruibili solo nel tempo dei trent’anni di concessione. Sta di fatto che il credito d’imposta, anche in questa previsione prudenziale, sta perfezionando solo ora, dopo l’OK tardivo del MEF, la sua fruibilità. Questo mette in evidenza l’esiguo spazio di manovra finanziaria in cui questo Governo è costretto a muoversi. Nel frattempo il Project Financing registra cali significativi, -37% nel 2012 e -72% nel primo trimestre del 2013, tanto che qualcuno suona il “de profundis” per questa soluzione finanziaria che nel passato ha permesso di supplire all’inerzia degli investimenti pubblici. Ma se è comprensibile la prudenza governativa fino al limite dell’inerzia di fronte ai vincoli finanziari, lo è meno quando alcune soluzioni si potrebbero adottare a costo zero. Mi riferisco al fatto che la task force nazionale dedicata al project financing, l’Unità Tecnica per la Finanza di Progetto (UTFP), langue dall’inizio dell’anno nelle more del rinnovo contrattuale dei suoi collaboratori. L’Unità è stata nel tempo depotenziata, con misure quali l’abolizione, ad opera del d.l. n. 201 del 2011, dell’obbligo per il CIPE di acquisire in ogni caso le valutazioni dell’UTFP per le infrastrutture da realizzare con il ricorso a capitali privati o ancora con le misure di defiscalizzazione della citata “Tremonti infrastrutture”, subordinate solo all’acquisizione di un parere dei NARS (Nucleo di consulenza per l’attuazione e regolazione dei servizi di pubblica utilità) senza alcun ruolo previsto per l’UTFP. Anche il trasferimento dell’UTFP alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha costituito un vulnus all’autorevolezza originaria della task force, in quanto tale spostamento, pur non modificandone le competenze, ha di fatto privato l’Unità della capacità di spesa e di indipendenza decisionale. Nel tempo è stata eliminata anche l’originaria previsione legislativa che vedeva tra le funzioni dell’UTFP quella di assistenza alle amministrazioni territoriali e sono aumentati i vincoli organizzativi come la previsione – d.P.C.M: 22 luglio 2008 – che l’organico dell’Unità fosse ridotto al massimo di 10 componenti. In realtà è scandaloso che in Italia sia stato così poco valorizzato il ruolo di questa task force voluta nel 1999 dal Governo D’Alema per emulare il supporto che in giro per il mondo team specializzati offrivano ai loro governi per implementare correttamente questa tecnica di finanziamento. Una task force specializzata è in grado infatti di offrire un supporto prezioso se si considera che la mortalità di queste iniziative in Italia è, secondo la stima del rapporto dell’Ocap-Sda Bocconi, intorno all’88% dei progetti, per lo più ascrivibile all’imperizia delle amministrazioni. Come rileva un’analisi dell’ANCE sulle gare per la costruzione e gestione di infrastrutture pubbliche (porti, autostrade, impianti fotovoltaici, cimiteri, ospedali, ecc…) bandite in Italia tra il 2003 e il 2009, nel nostro Paese si evidenzia non solo un deficit di competenze da parte delle amministrazioni, ma anche un’assenza di assistenza qualificata a questi enti del territorio. Il Dossier, condotto con un questionario a 411 amministrazioni concedenti, evidenzia che la criticità più ricorrente, emersa nel 24,2% delle gare analizzate, è connessa ad una carenza delle definizioni contrattuali origine di contenziosi, e il 16,7% del contenzioso riguarda anche ricorsi in merito alle procedure di aggiudicazione. Per far fronte a tali criticità, non esiste Paese, a livello internazionale, che non abbia una task force che fornisce assistenza, contratti standardizzati, linee guida, check list, formulari di valutazione della convenienza ecc. ecc.. Se qualcuno volesse verificare la serietà con cui il Project Financing è sviluppato nel mondo basta che consulti il sito dell’EPEC, il centro europeo di competenze in materia di partenariati pubblico-privati costituito nel 2008 dalla BEI e dalla Commissione Europea, o quello del HM Treasury (il Ministero del Tesoro Inglese). Si potrà verificare che tutto questo esiste come si potrà constatare che gli inglesi nel 2009 hanno promosso anche una task force in Joint ventures con le municipalità locali, “Local Partnership”, per garantire che gli investimenti in PFI siano realizzati secondo criteri di efficienza, economicità e totale compatibilità con le regole comunitarie. Tutto questo è a costo zero e rappresenta un esempio di buon governo nei fatti e non nelle parole; quindi in assenza delle risorse per i contributi almeno si faccia ciò che non comporta oneri riattivando l’Unità per la Finanza di Progetto, potenziandola e soprattutto abilitandola, come nella originaria previsione normativa, ad operare a supporto del territorio.

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Trasparenza e democrazia

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“La democrazia inizia con l’affissione del bilancio pubblico sulle mura del Comune” così declinava l’essenza della democrazia rappresentativa Alexis de Tocqueville agli inizi del diciannovesimo secolo. In quegli anni l’Italia si preparava alla prima guerra d’indipendenza e ci sono voluti due secoli perché si mettesse mano ad un intervento sistemico in materia di trasparenza che ha visto la luce con il d.lgs. n.33 di aprile.
Il decreto prevede, sul sito di ogni amministrazione, in una sessione denominata ”Amministrazione trasparente”, un’informativa relativa a chiunque ricopra una carica elettiva: curriculum, durata del mandato e compensi, incarichi presso altri enti pubblici o privati, redditi e situazione patrimoniale e le sue variazioni comprese quelle del coniuge e dei parenti. Si dovrebbero facilmente trovare tutti gli incarichi professionali, appalti di lavori, forniture e servizi e tutti i pagamenti sopra i mille euro riconosciuti a terzi. Dovrebbero esserci retribuzioni, incarichi, curriculum, valutazioni dei dirigenti pubblici e un set d’informazioni per i dipendenti a tempo determinato e no. Dovrebbero essere reperibili i bilanci delle società partecipate e una serie d’informazioni delle stesse oltre alla consistenza del patrimonio immobiliare e le locazioni attive o passive a questi riferibili. Dovrebbero essere pubblicati anche i tempi di attesa della sanità, i piani regolatori e le loro proposte di variazione, gli indicatori di costo ed efficienza dei servizi o i tempi dei procedimenti, le informazioni ambientali. Questo e altro dovrebbe essere a disposizione della collettività, per le norme che invece sono tuttora in buona parte disapplicate. Ciò avviene nonostante siano previste, in caso di omessa informativa, sanzioni anche pecuniarie sia per i dipendenti sia per gli amministratori pubblici, o non possano essere erogate somme a partecipate o enti vigilati per le quali non siano stati evasi anche parzialmente gli obblighi informativi o ancora debbano essere considerati nulli i contratti con i fornitori che non sono “on line”. Questo probabilmente non basta, si verifichi, per esempio il sito del Comune di Brescia e delle sue partecipate, si riscontrerà: che non esiste la sessione “Amministrazione Trasparente”, non è stato approvato il piano per la trasparenza né nominato il responsabile, non si trovano gli ultimi bilanci delle partecipate e tutti i compensi dei loro amministratori, né i dati dei neo eletti, perché hanno tre mesi di tempo, o quelli dei precedenti che devono essere pubblicati per i tre anni successivi al mandato, non si trovano tutti i dati richiesti relativi a dirigenti e dipendenti. Questa informativa non è il problema più urgente, ma non si capisce perché i cittadini debbano essere completamente trasparenti, tanto che la pubblica amministrazione accede anche ai conti correnti, ed il settore pubblico non debba fare altrettanto. Ciò è l’evidenza che non si riconosce quanto la trasparenza e la fruibilità dei dati siano il presupposto per una maggiore partecipazione dei cittadini, capaci di sollevare interrogativi a sprone di una maggiore efficienza per tutta la Pubblica Amministrazione e quanto siano un disincentivo a comportamenti sia illegittimi sia poco opportuni dei suoi rappresentanti.